ANNO 2003
Vasco Valacchi: un purista alla corte del Palio

Vasco Valacchi: un purista alla corte del Palio

Con Vasco Valacchi se ne va un pittore "classico" per Siena e per la sua festa. Un artista fra i più amati dalla città di Siena per il suo stile rigoroso, fatto di minuzie neomedievali e di riferimentiraffinatissimi.
Autore - tra l'altro - di undici drappelloni, impresse una carica innovativa che segnò l'avvio di una più felice stagione nella storia del cencio senese
rispetto all'immobilismo celebrativo del ventennio fascista che lo aveva preceduto.
Lo stile dei drappelloni che si susseguirono nell'immediato dopoguerra si fissò su certi modi tradizionali che incontrarono l'immediato favore del
pubblico senese, nonostante tenui segnali di una voglia di rinnovamento da parte degli artisti più attivi; con Valacchi ricordiamo Aldo e Bruno Marzi, Dino Rofi.
La chiave interpretativa di queste opere restava ancora un certo simbolismo celebrativo che in talune prove non mancava comunque di toccare corde molto acute.
 

Simbolismo celebrativo che un osservatore della festa come Aldous Huxley, in precedenza, non aveva mancato di additare. Infastidito dalle forme di questi palii, li accostò al peggior kitsch delle pittrici dilettanti inglesi, tanto da suggerire ai propri lettori di guardare altrove quando il drappellone avrebbe sfilato davanti ai loro occhi durante il corteo storico.
Ma proprio tale presunto immobilismo, a volte scalfito da proposte di soluzioni in realtà assai innovative, fu il preludio alla grande svolta che verrà inaugurata nel 1969 dal drappellone di Mario Marte e che diede l'avvio alla riforma del '70 e alla ridefinizione del Palio secondo i canoni dell'arte contemporanea.
Sempre fedele alla pittura del Tre-Quattrocento, Vasco Valacchi ha in questo modo prestato fede alla sua Siena, città che certo non mancherà di ricordarlo con affetto e con gratitudine.

9/1/03

ANNO 2002
LUGLIO AGOSTO
Il CENCIO di Luglio
di Elmora
Botero pittore d'Agosto
scritto da Elmora
  La favola prosaica
di Botero

Il drappellone di Ontani

Con la precisione di un regista di una commedia in costume Luigi Ontani ha regalato alla città di Siena un cencio nel solco della tradizione. Non la tradizione dei palii recenti degli ultimi decenni, bensì una tradizione molto più antica, che risale alla notte dei tempi, a quando il palio era un oggetto d’arte prezioso in sé, per il pregio dei materiali che lo componevano. La pittura dell’artista, il fare tecnico, cadono quasi in second’ordine rispetto all’idea trasformazionale, che è al fine un drappo della più antica specie, un oggetto di pregio, un manufatto prezioso.

Il ricamo e la pittura sono i due termini attraverso cui si svela la dicotomia interna alla narrazione, un tipico gioco d’illusione, quasi un enigma blasfemo di lontane ascendenze orientali. Ontani non è nuovo a mescolare senza pudore suggestioni proveniente da differenti professioni di fede. E il Palio è professione di fede. Nonché sogno. E il gioco onirico forma incongruenti e multicolori esseri combinanti l’allegoria, l’iconografia, l’araldica – aderentemente rispettata nella tipicità degli stemmi.

L'intricato sistema dei segni, le articolate simbologie, l’orgogliosa identità della città e l’intreccio di incantate connessioni che sono alla base della definizione in termini del drappellone trovano riscontro nell’opera di Ontani, probabilmente una delle prove più sicure degli ultimi anni, sebbene di non facile ed immediata ricezione, con una Madonna di Provenzano – omaggio alle madonne di Duccio di Buoninsegna - forse risolta oltremodo frettolosamente ed un autocitazionismo forse troppo spinto.

Elmora - 27/6/02

 

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Botero pittore d’agosto
30/3/02 di Elmora
 

L’arte moderna non lo attrae. Già ventenne è disilluso dalle avanguardie. A Firenze – dove studia dal ‘53 presso l’Accademia San Marco – si innamora dell’arte rinascimentale, il cui studio approfondisce proprio a Siena, poi a Venezia, a Ravenna: è Fernando Botero, l’artista che dipingerà il drappellone per il Palio di agosto.

Nato nel 1932 a Medellin, in Colombia, Botero è oggi uno degli artisti più celebrati dal mercato dell’arte.

Grande appassionato di Tauromachia, come Eduardo Arroyo - autore del cencio di agosto del 1991, oggi nel museo della Pantera – e come Picasso, soffoca il rumore della modernità nel silenzio della sua pittura che sembra celare il desiderio irrazionale di un indietreggiamento sontuoso tanto al Rinascimento quanto a primordiali recessi materni.

Piuttosto che accettare la regola impossibile della novità ad ogni costo, del paradosso, della provocazione, che vige nell’arte contemporanea, Botero ha scelto l’imbocco di un sentiero classico, interiore, fatto di figure dai volumi torniti, espressione che lo fa presto accostare alla scultura, in modo naturale, come in un processo ineludibile.

È artista fedele a se stesso, con un mestiere concretissimo, lento e sicuro come una cerimonia, che lo caratterizza dal principio, al pari di un artigiano della pittura.
Per questo il carattere della sua arte assomiglia a Siena, e per questo il suo cencio, ne siamo sicuri, riscuoterà giusti consensi.


 Perché Botero è pittore dai modi raffinatissimi, che non cerca lo scandalo con la tecnica né con le tematiche delle sue opere, ma cerca la quiete e il riposo della storia, la religiosità delle forme, l’opulenza come voto – suoi i due grandi affreschi nella chiesa della Misericordia a Pietrasanta, “La porta del Paradiso” e “La porta dell’Inferno” – la mistica nell’ironia , la libertà umana alla sua radice più profonda, l’uomo, il suo corpo, come in uno specchio che deforma, e deformando rivela il vero.

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La favola prosaica di Botero
13/8/02
Alla fine l’Assunta “boteromorfica” ha accontentato i più. Era difficile prevedere che l’artista colombiano fallisse l’appuntamento con Siena. La sua pittura non lo prevedeva, così come non lo prevedeva la sua visione “masaccesca” delle forme, il suo essere così prepotentemente di parte, dalla parte della pittura italiana, e più precisamente della toscana.
Con un metodo che ha nell’eccesso la persuasione verso lo spettatore, Botero ha creato per Siena un palio in cui la fantasia riconquista i suoi diritti. Da questo presupposto si dipana un racconto fatto di suggestioni della sua terra, la Colombia per l’appunto, e di quella terra di ciascuno che è l’invenzione. La Madonna è un enorme fiore rosso. La religiosità stessa è intuita nelle sue trasformazioni dentro alla forma, quasi di una cupola di cattedrale, e in essa si identifica. È l’elemento materno la melma fortificante che unisce la Madre al cittino, così come, retoricamente, la città alla sua gente. Il verde smeraldo di Colombia, su tutto, vernicia il cielo. E poi i tre barberi, colti in un passaggio della carriera, in un Campo deserto, deserto di spettatori, di fantini, di comparse.
Tutto è rispettato in questo drappellone, gli elementi iconografici obbligatori e l’araldica, ma anche quel gusto dell’immoto che pervade la cultura di Siena e della sua gente. Questa favola prosaica intitolata alla festa è una rappresentazione inerte, senza tempo, così come lo è tutta la pittura di Botero, di cui questo palio è fortemente paradigmatico.
L’artista colombiano ha forse provato timore di fronte alla commissione che Siena gli ha affidato. Non ha osato, come hanno fatto prima di lui altri artisti di chiara fama internazionale, con esiti più o meno felici. Si è limitato a rifare il palio con i suoi metodi, senza voler correre dei rischi, con una semplificazione perfino eccessiva.
Il risultato è un drappellone che piace al popolo perché di immediata accessibilità, che piace agli amanti della pittura di Botero perché di taglio costitutivo della sua arte, ma che lascia scontenti quelli che si aspettavano una certa qual convinzione, che certo la rinomanza del pittore lasciava mettere in conto, ma che la realtà dei fatti ha immediatamente smentito.


 I limiti di Botero, della sua pittura tout-court, d’altro canto, stanno proprio in questa sua perenne “mancata assunzione di responsabilità”. Così, per coloro che plaudono ad un cencio nel solco della tradizione, ci sono quelli che, di contro, considerano questo drappellone un passo indietro nella ridefinizione artistica del palio moderno.
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